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Storia della micologia: dall'uomo del Similaun a Bresadola

Di Scovafunghi · Aggiornato il 22 ottobre 2026 · 9 minuti di lettura

I funghi accompagnano l'uomo da sempre: come cibo, come medicina, come esca per il fuoco e come fonte di paure e leggende. Per secoli nessuno ha capito davvero cosa fossero: né piante né animali, nascevano "dal nulla" dopo la pioggia. Questa è la storia di come li abbiamo conosciuti, con un'attenzione particolare all'Italia, che nella micologia ha avuto un ruolo da protagonista.

La preistoria: l'uomo del Similaun

Il 19 settembre 1991 due escursionisti tedeschi, scendendo dal Similaun, nelle Alpi Venoste, trovarono un uomo mummificato nel ghiaccio. Ötzi, come è stato chiamato, visse oltre 5.000 anni fa, nell'Età del rame. Nel suo equipaggiamento c'erano due funghi: frammenti di Fomes fomentarius, il fungo dell'esca, usato per accendere il fuoco insieme alla selce, e pezzi di Fomitopsis betulina (un tempo Piptoporus betulinus), un fungo delle betulle legato con strisce di pelle, il cui uso è ancora discusso: forse un rimedio medicinale.

Ancora prima, alcune incisioni rupestri in Siberia e pitture nel deserto algerino, risalenti a molti millenni prima di Cristo, secondo alcuni studiosi raffigurano funghi, forse l'ovolo malefico.

Greci e Romani: tra delizie e veleni

Gli antichi conoscevano bene il valore e il pericolo dei funghi. Il medico greco Dioscoride, al servizio degli imperatori Claudio e Nerone, scrisse della loro tossicità e dei rimedi, con ricette che oggi fanno sorridere, come lo sterco di pollo con miele e aceto. Galeno, medico a Roma al tempo di Marco Aurelio, li divise in pochi gruppi, tra cui quelli che oggi chiamiamo ovoli e porcini.

Plinio il Vecchio, nato a Como e morto nell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., dedicò ai funghi pagine della sua Naturalis historia. Descrisse con precisione l'ovolo malefico e intuì che le sue verruche sono resti di un velo. Ma diffuse anche credenze dure a morire, come quella dei funghi che diventano velenosi vicino ai ferri arrugginiti o alle tane dei serpenti: ne parliamo nella guida ai falsi miti sui funghi.

I Romani adoravano l'ovolo buono, che chiamavano boletus. Secondo gli storici antichi l'imperatore Claudio morì nel 54 d.C. dopo un piatto di funghi, forse avvelenato dalla moglie Agrippina per aprire la strada al figlio Nerone. Nella cucina romana si cuocevano i funghi in recipienti speciali, i boletaria.

Il Medioevo e il Rinascimento

Nel Medioevo i funghi restano avvolti dal mistero: i cerchi d'erba scura nei prati, dove crescono alcune specie, diventano i luoghi delle danze di streghe e folletti, i "cerchi delle streghe".

Con il Rinascimento arrivano i primi studi sistematici. Il senese Pier Andrea Mattioli (1500-1577), medico a Trento, pubblicò nel 1554 i Commentarii a Dioscoride, uno dei libri scientifici più venduti del tempo: vi lodava i "prignoli", cioè i prugnoli, "odorosissimi e senza pericolo". L'aretino Andrea Cesalpino (1525-1603), padre della botanica italiana, considerava ancora i funghi vegetali "privi di frutto e di seme".

A Roma Federico Cesi, fondatore dell'Accademia dei Lincei di cui fece parte anche Galileo, fece disegnare centinaia di tavole di funghi, rimaste inedite per secoli.

Il Settecento: Micheli e la nascita della micologia

Il fiorentino Pier Antonio Micheli (1679-1737), che da ragazzo faceva l'apprendista rilegatore e si era appassionato leggendo Mattioli, è considerato il fondatore della micologia moderna. Nel suo Nova plantarum genera (1729) descrisse centinaia di funghi e dimostrò con esperimenti che si riproducono per mezzo delle spore, e non nascono spontaneamente dalla materia in decomposizione come si credeva.

Dopo di lui il riminese Giovanni Antonio Battarra (1714-1789), sacerdote e naturalista, pubblicò un libro sui funghi del suo territorio con tavole più precise di quelle di Micheli, e Giovanni Antonio Scopoli (1723-1788), professore a Pavia, descrisse molte specie ancora oggi riconosciute.

L'Ottocento: la micologia diventa scienza

All'inizio dell'Ottocento Christiaan Hendrik Persoon e lo svedese Elias Magnus Fries diedero ai funghi il sistema di nomi scientifici che usiamo ancora: genere e specie, seguiti dal nome di chi li ha descritti. In Italia si moltiplicarono gli studi locali: Carlo Vittadini, a Milano, divenne un'autorità sui tartufi; a Roma Matteo Lanzi pubblicò "Funghi mangerecci e nocivi di Roma", con oltre trecento specie. Pier Andrea Saccardo, professore a Padova, avviò la Sylloge fungorum, il tentativo di descrivere tutti i funghi conosciuti, in 25 volumi.

Giacomo Bresadola, il più grande micologo italiano

Giacomo Bresadola (1847-1929), sacerdote nato a Ortisé, in Val di Sole, fu il più grande micologo italiano di ogni tempo. Pur vivendo modestamente, studiò e descrisse centinaia di specie nuove, in corrispondenza con i maggiori studiosi del mondo, e realizzò la monumentale Iconographia Mycologica, con 1.250 tavole a colori. Grazie a lui Trento divenne la capitale della micologia italiana: lì nacque nel 1957 l'Associazione Micologica Bresadola, che oggi riunisce gruppi in tutta Italia e organizza corsi, mostre e ricerche.

Oggi: il DNA e i funghi come regno a sé

Nel Novecento i funghi sono stati riconosciuti come un regno a sé, distinto da piante e animali, e più vicino agli animali di quanto si pensasse. Le analisi del DNA hanno rivoluzionato la classificazione: molte specie sono state spostate in generi nuovi e alcune "specie" si sono rivelate semplici forme di un'altra, come è successo per i porcini (lo raccontiamo in come vive il porcino). In Italia sono note migliaia di specie di funghi, molte più delle piante verdi, e la ricerca è tutt'altro che finita.

Fonte principale: C. Siniscalco et al. (2013), "Storia della micologia italiana e primo contributo alla nomenclatura corretta dei funghi", ISPRA, Manuali e linee guida 104/2013.